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Elementi del rito della dedicazione

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Elementi del rito della dedicazione
Come incenso
Come olio profumato
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Come incenso...

“Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera”. Così il salmo 140 (141) descrive poeticamente la preghiera serale del pio israelita.
L’incenso è un segno liturgico carico di significato. La parola incenso deriva dal latino incendere che significa bruciare. È composto da resine pregiate ridotte in polvere che, versate su carboni ardenti, creano una cortina di fumo profumata. L’uso dell’incenso è assai antico. Nelle culture pagane si attribuivano ad esso delle proprietà particolari come la purificazione dell’aria ammorbata e l’allontanamento degli spiriti cattivi. Nei testi dell’Antico testamento si accenna frequentemente all’uso dell’incenso. Nel tempio di Gerusalemme era stato edificato un altare apposito (l’altare dell’incenso o dei profumi) nel quale si bruciavano gli aromi (Cfr. Es 30 e Lc 1,8). Nonostante l’uso dell’incenso fosse frequente nel culto israelitico, nella liturgia cristiana stenta ad entrarvi poiché esso ricordava il culto pagano verso gli idoli e l’imperatore. Solo dopo il IV secolo, svanendo tale concezione pagana, esso fu introdotto anche nella liturgia cristiana. Inizialmente l’incenso precedeva le processioni pontificie, in seguito si attribuì questo onore all’altare e alla croce dopo la processione di ingresso della messa.

L’incenso è da porre in relazione con il senso della vista che con quello dell’olfatto. La cortina di fumo che sale è il simbolo del sacrificio dell’uomo che lentamente si erge verso Dio. La consumazione della vittima sacrificale attraverso il fuoco aveva come fine quello di far raggiungere a Dio, nei cieli, attraverso il fumo, lo stesso sacrificio. Questo il senso dell’olocausto (= consumazione completa della vittima nel fuoco
sacrificale; cfr. Es 29,18). L’incenso, invece, vuole rendere visibile l’intenzione di elevare a Dio dei “sacrifici spirituali” come ad esempio la preghiera (Sl 140,2). Il buon profumo dell’incenso vuole significare la bontà stessa del sacrificio dell’uomo al cospetto di Dio. Inoltre La “colonna di fumo” è segno della presenza di Dio (Es 19,18; Is 4,5; 6,4).
Nella liturgia attuale l’incenso può essere usato con una certa frequenza anche se facoltativamente. Nella messa si usa: durante la processione di ingresso davanti alla croce; per incensare l’altare prima dei riti iniziali; alla processione e alla proclamazione del vangelo; durante l’offertorio (si incensano le offerte, l’altare, la croce, il sacerdote e l’intera assemblea); all’ostensione post-consacratoria dell’ostia e del calice (circa le modalità da seguire per l’incensazione si può leggere PNMR 235-236). Durante l’adorazione eucaristica si usa l’incenso all’inizio dell’esposizione e prima della benedizione. L’incenso è usato in abbondanza nel rito di dedicazione della chiesa e dell’altare. Un uso particolare è quello destinato alla salma, nel rito delle esequie, come segno di rispetto verso il corpo destinato alla risurrezione.

Il significato dell’incenso come segno della preghiera che sale verso Dio sarebbe da recuperare e valorizzare nella celebrazione comunitaria dei vespri, soprattutto la Domenica sera. Nel vespro solenne l’incenso viene usato durante il canto del Magnificat.
Lo strumento liturgico utilizzato per l’accensione dell’incenso si chiama turibolo. Esso generalmente è realizzato da un piccolo braciere sorretto da tre catenelle e dotato un coperchio forato reso mobile da un’altra catenella scorrevole. Il ministro incaricato di portare il turibolo si chiama turiferario. Il contenitore nel quale si ripone la scorta dell’incenso non ancora bruciato si chiama navicella. La navicella può essere portata dallo stesso turiferario o da un altro ministro.
Forse l’uso dell’incenso in molte comunità ecclesiali è ormai scomparso, in altre invece può essere eccessivo. È importante riscoprire la portata simbolica di questo gesto liturgico purificandolo dalle inutili incrostazioni esclusivamente scenografiche o baroccheggianti



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